Campo dei Campi
di Congedo Stefano, Giordano don Marco e Pellegrino Lorenzo
“Perché non facciamo qualcosa di folle? Perché non organizziamo un Campo dei campi?” Esattamente un anno fa, queste parole ci frullavano vorticosamente in testa. Ancora non sapevamo dove ci avrebbero portato, quanti sacrifici avremmo dovuto fare, quante difficoltà avremmo incontrato. Era solo una bella suggestione, che per noi, però, era già concreta!
Quello che all’inizio sembrava solo un progetto ambizioso si è trasformato presto in un laboratorio di vita, relazioni e fede. Lo è stato sin dal principio, in equipe e nei numerosi incontri di preparazione. Lo è stato nella sua promozione capillare e ostinata. Infatti, con determinazione si è cercato di coinvolgere ogni gruppo, ogni educatore, ogni giovane. Ci sono stati rifiuti, porte chiuse, momenti di frustrazione. Ma la voglia di crederci è sempre stata più forte. E così, pian piano, il sogno ha preso forma.
La forma di un’esperienza unica, un’esperienza che ci ha concesso più domande che risposte. La forma di una settimana in cui la ricerca è diventata uno stile, comunitario e personale. Tutti insieme, mai soli: quasi 100 tra giovani e giovanissimi. Tutti insieme per scoprire una storia che dal mare di Galilea ci ha portati nella stanza di un ospedale psichiatrico. “Tutto chiede Salvezza”. È il titolo del romanzo di Daniele Mencarelli, che ha fatto da sfondo alla nostra esperienza e che racconta proprio di quel TSO. Il Campo dei campi si è rivelato essere, così, un’esperienza condivisa di Salvezza, di Vangelo. È stato il tentativo di rendere terapia il nostro cammino, stando insieme, amati e liberi, parte della stessa Chiesa. Ci siamo ascoltati, ci siamo presi reciprocamente cura degli altri, ci siamo attesi. Curare, appunto, è un verbo transitivo, intransitivo e riflessivo. Nessuno può sfuggire.
In questa Chiesa che sembra a volte distante, abbiamo trovato volti amici, cuori aperti, mani pronte a sfiorare con gentilezza le nostre fatiche e i nostri dolori. Abbiamo scoperto che l’appartenenza non è una parola astratta, ma una strada concreta fatta di passi lenti, di zaini condivisi e di lacrime autentiche.
Abbiamo visto la Speranza che non delude. Quella Speranza che cresce ed è già futuro. Anche mettendosi ad aspettare al freddo, sotto la pioggia, insieme a milioni di altri giovani da ogni parte del mondo. Tutti con la stessa fame dei 5.000 sulla montagna, a cui bastarono cinque pani e due pesci per sopravvivere.
Ecco, quindi, che un piccolo sogno profetico in una calda estate è diventato, a distanza di un anno, una realtà tangibile e narrabile. E, forse, guardando le nostre scarpe sporche di fango, gli zaini pieni e gli occhi vivi, nessuno ci crederà quando gli diremo che “il cielo parte dai piedi”.
Però è vero, lo possiamo testimoniare, lo abbiamo toccato.
Perché tutto chiede Salvezza. Tutto dà Speranza.














